Uno dei temi più intriganti e affascinanti è sicuramente quello della fine del mondo, dell'apocalisse, del termine della civiltà umana. Con tutto il gran blaterare riguardo al 2012 questo tema è stato riportato in auge, come se non bastassero i film catastrofici che ormai abbondano sugli schermi cinematografici a ricordarci che ci sono mille modi per annientare la popolazione umana. Proprio questa abbondanza di input catastrofisti ci ha inculcato l'aspetto più fantastico della fine del mondo: moriremo tutti per un'invasione aliena, per una catastrofe mistica o per il prione di Lee-Chang come nel Survival Blog? Ma al di là di quello che è il fascino del genere post-apocalittico, da cui non sono immune, ci sarebbe anche da spendere qualche parola sulle cause più probabili della nostra disfatta, ed è quello che voglio fare con questo articolo. L'insostenibilità dei nostri consumi è sicuramente uno dei fattori per cui val la pena di riflettere, per evitare che quello che può rimanere solo uno script cinematografico si trasformi in realtà, e stiamo pur certi che se dovessimo viverle davvero quelle esperienze non ci divertiremmo affatto. L'analisi delle cause di insostenibilità della nostra società è una materia decisamente complessa, ma per questo ci viene incontro un saggio ben organizzato e argomentato sulla questione.
Mi riferisco a "Collasso: come le società scelgono di morire o vivere" di Jared Diamond, vincitore del premio Pulitzer con il suo precedente "Armi, acciaio e malattie". In "Collasso" Diamond affronta di petto la questione della morte delle civiltà, con il taglio scientifico e appassionato del biologo, del geografo, del fisiologo e quant'altro. L'autore sa di cosa sta parlando e mentre sviluppa la prima parte sulla fine di alcune civiltà del passato ci illustra tutta una serie di tematiche ricorrenti sullo sfruttamento ambientale e il degrado, nonché sulle metodologie di datazione dei reperti archeologici. Un connubio tra scienza, storia ed ecologia che fa risultare di immediata comprensione anche eventi complessi come può essere la scomparsa di un intero popolo. Il libro si sofferma anche sulle vicende attuali, in particolare sui problemi di Cina, Australia, Ruanda, Haiti e Repubblica Dominicana, e non manca di portare anche esempi di società che nonostante siano giunte sull'orlo del baratro sono riuscite a risollevarsi e a riprendere le redini della loro vita. Il cuore del saggio si trova però nell'ultima parte, nelle lezioni per il futuro che Diamond vuole trarre per evitare che la nostra società collassi, tanto più che in un mondo globalizzato come il nostro il collasso di una sola nazione può portare al tracollo il resto del pianeta.
Le problematiche ambientali non sono mai trattate con banalità, come invece spesso viene fatto da altre persone. Tutte le tematiche sono collegate l'una all'altra e, come dice Diamond, anche solo una può portarci al fallimento. I problemi sono innumerevoli e vanno dallo sfruttamento indiscriminato degli habitat naturali, alla progressiva e sempre più preoccupante perdita di biodiversità, alla perdita di fertilità dei terreni e all'erosione del suolo, passando per le problematiche energetiche, l'inquinamento e la crescita demografica, con conseguente aumento dell'impatto ambientale pro capite. Proprio quest'ultimo è uno degli aspetti più spinosi: la progressiva crescita degli standard di vita dei Paesi in via di sviluppo porterà a un peggioramento sostanziale dell'impatto ambientale, accentuando ancora di più l'insostenibilità del nostro stile alla occidentale. Scrive l'autore:
I paesi del Terzo Mondo sono incoraggiati dalle organizzazioni internazionali a perseguire l'obiettivo di una vita all'occidentale, e si vedono sbandierata davanti la possibilità di realizzare il loro sogno a condizione che adottino la linea di condotta politica corretta, pareggiando il bilancio nazionale, investendo nell'educazione e nelle infrastrutture e così via. Nessuno, però, vuole dire esplicitamente che quel sogno è irrealizzabile [...] Oggi non è politicamente realistico che i leader dei paesi del Primo Mondo propongano ai cittadini di abbassare i loro standard di vita, limitandosi nel consumo di risorse e di rifiuti prodotti. Ma cosa accadrà quando le popolazioni del Terzo Mondo capiranno che gli standard di vita occidentali sono per loro irraggiungibili e che i paesi sviluppati si rifiutano, da parte loro, di abbandonare quello stile di vita insostenibile?
Questo è uno dei punti cruciali su cui Diamond maggiormente insiste: la maggior parte delle civiltà scomparse analizzate nella prima parte del libro, e anche quelle che si avvicinano al collasso descritte nella parte sull'attualità, hanno evitato, consciamente o no, di abbandonare tutti quegli stili di vita che ormai erano diventati dannosi per l'ambiente in cui vivevano. L'abbandono delle tradizioni, degli standard e dei modi di vivere è il cambiamento che Diamond auspica per risolvere le problematiche ambientali. Uno dei punti su cui ribatte su questo aspetto è qualche pagina dopo, quando afferma:
C'è un evidente punto debole: gli abitanti del Primo Mondo non sembrano intenzionati a mangiare di meno per sfamare quelli del Terzo.
Niente di più vero, visto l'enorme spreco di risorse legato al regime alimentare dominante nei paesi sviluppati. Altro stile di vita che i paesi in via di sviluppo vogliono adottare, come status symbol delle loro nuove ricchezze, aspetto che abbiamo visto non farà altro che aggravare la situazione attuale. Quello che Diamond illustra è una società che si rende conto dei problemi a cui sta andando incontro, ma che comunque non vuole cambiare i suoi modi di vivere per favorire una più equa ripartizione delle risorse e un alleggerimento degli impatti ambientali. Atteggiamento che assomiglia un po' al famoso "cambiare tutto affinché nulla cambi".
Ma il saggio non si conclude pessimisticamente, ma con un cauto ottimismo, che è lo stesso con cui mi pongo io su queste tematiche. Il cambiamento è possibile, ed è anzi necessario per evitare il collasso totale. Un cambiamento che può avvenire sia top-down (dall'alto verso il basso) che bottom-up (dal basso verso l'alto): sia attraverso la costruzione di una classe dirigente più responsabile e attenta (e qui io credo che si sconfini nell'utopia vera e propria) sia soprattutto cambiando i nostri modi di vivere, facendoci portatori in prima persona dei valori che vogliamo siano fondanti per la nostra società. Diamond propone nelle ultime pagine, dopo i riferimenti bibliografici, ai lettori come fare, ovvero come far valere i propri ruoli di elettori e consumatori/attivisti, tramite boicottaggi mirati e azioni di protesta. Soltanto cambiando noi stessi e facendo sentire la nostra voce qualcosa cambierà. Con il portafogli in mano siamo pericolosi, possiamo salvare o far affondare le marche e le industrie che non hanno un buon comportamento ambientale. Ricordiamoci di questa nostra pericolosità e dell'auspicabile cambiamento di stili di vita la prossima volta che usciamo a far shopping.
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